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  8 . La celebrazione della citt di Firenze nel primo Trecento.
  Da:  G.  Villani, Cronica. Con le continuazioni di Matteo e Filippo,
a cura di G. Aquilecchia, Einaudi, Torino, 1979 .
     
         Cronache  e  racconti, che ne mitizzavano  le  origini  e  ne
         esaltavano  il presente, fiorirono nelle citt  italiane  del
         Duecento  e  del  Trecento.  Molto  note  furono  quelle   di
         Bonvesin  de  la  Riva per Milano, di Martino  da  Canal  per
         Venezia,  di  Malespini,  di  Compagni  e  dei  Villani   per
         Firenze.   In  questo  passo  Giovanni  Villani  ci  presenta
         minuziosamente  la  magnificenza  e  la  potenza  di  Firenze
         proprio alla vigilia del crollo demografico.
     
Ancora della grandezza e stato e magnificenza del comune di Firenze.

Dappoich'avemo  detto dell'entrate e spese del comune  di  Firenze  in
questi  tempi [secondo il Villani nel 1338 circa], mi pare si convenga
di  fare  menzione  di quello e dell'altre grandi  cose  della  nostra
citt:  che i nostri successori che verranno per li tempi, s'avveggano
del  montare e abbassare dello stato e potenzia che facesse la  nostra
citt,  acciocch per li savi e valenti cittadini, che  per  li  tempi
saranno  al  governo  di quella, per lo nostro ricordo  e  esemplo  di
questa  cronica, procurino d'avanzarla in istato e in maggiore potere.
Troviamo  diligentemente che in questi tempi  avea  in  Firenze  circa
venticinquemila  uomini da portare arme da' quindici  anni  infino  in
settanta,   tutti   cittadini,  intra'  quali  avea   millecinquecento
cittadini  nobili  e  potenti che sodavano per grandi  [i  "grandi"  o
"magnati"  erano  personaggi  o famiglie  con  risorse  militari  che,
esclusi  dal governo popolare, dovevano fornire garanzie (sodare)  sul
loro  comportamento]  al comune. Aveva allora in  Firenze  da  [circa]
settantacinque  cavalieri di corredo. Bene troviamo  che  innanzi  che
fosse  fatto  il  secondo  popolo, che  regge  al  presente,  erano  i
cavalieri pi di dugentocinquanta: che, poich 'l popolo fu, i  grandi
non  ebbono  stato  n signoria come prima, e per pochi  si  facevano
cavalieri.  Stimavasi  d'avere in Firenze da  novantamila  bocche  tra
uomini  e femmine e fanciulli, per l'avviso del pane che bisognava  al
continuo  alla  citt,  come si potr comprendere;  ragionavasi  avere
continui nella citt da millecinquecento uomini forestieri e viandanti
e  soldati: non contando nella somma de' cittadini religiosi e frati e
monache rinchiusi, onde faremo menzione appresso. Ragionavasi avere in
questi tempi nel contado e distretto di Firenze da ottantamila uomini.
Troviamo  dal  piovano  che  battezzava i fanciulli  (imperocch  ogni
maschio  che  si  battezzava in San Giovanni,  per  averne  il  novero
metteva  una fava nera, e per ogni femmina una fava bianca) che  erano
l'anno  in questi tempi dalle cinquantacinque alle sessanta centinaia,
avanzando  pi  il  sesso masculino che 'l femminino  da  trecento  in
cinquecento per anno. Troviamo ch'e' fanciulli e fanciulle che  stanno
a  leggere,  da otto a dieci mila. I fanciulli che stanno ad  imparare
l'abbaco  [a  far di conto] e algorismo [o algoritmo, procedimento  di
calcolo numerico basato sulle cifre arabe] in sei scuole, da mille  in
milledugento. E quegli che stanno ad apprendere la grammatica e  loica
in  quattro  grandi scuole, da cinquecentocinquanta  in  seicento.  Le
chiese ch'erano allora in Firenze e ne' borghi, contando le badie e le
chiese de' frati religiosi, troviamo che sono centodieci: tra le quali
sono cinquantasette parrocchie con popolo, cinque badie con due priori
con  da  ottanta  monaci, ventiquattro monisteri  di  monache  con  da
cinquecento

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donne, dieci regole di frati, trenta spedali con pi di mille letta ad
allogare  i  poveri  e  infermi,  e da  dugentocinquanta  in  trecento
cappellani  preti. Le botteghe dell'arte della lana  erano  dugento  o
pi:  e facevano da settanta in ottantamila panni, che valevano da  un
milione  e  dugento migliaia di fiorini d'oro; che bene il  terzo  pi
rimaneva  nella terra per ovraggio [per lavorarla], senza il  guadagno
de'  lanaiuoli  del  detto  ovraggio, e  viveanne  pi  di  trentamila
persone.  Ben  troviamo  che da trenta anni  addietro  erano  trecento
botteghe o circa, e facevano per anno pi di cento migliaia di  panni:
ma  erano  pi grossi e della met valuta [valevano la met], perocch
allora  non ci entrava [si importava a Firenze] e non sapeano lavorare
lana  d'Inghilterra  come  hanno fatto poi. I  fondachi  dell'arte  di
Calimala  [arte che si occupava del raffinamento dei panni francesi  e
fiamminghi]  de' panni franceschi e oltramontani erano da  venti,  che
faceano  venire per anno pi di diecimila panni di valuta di  trecento
migliaia  di  fiorini d'oro, che tutti si vendeano in  Firenze,  sanza
quelli  che mandavano fuori di Firenze. I banchi de' cambiatori  erano
da ottanta. La moneta dell'oro che si batteva era da trecentocinquanta
migliaia  di fiorini d'oro e talora quattrocentomila; e di  danari  da
quattro   piccioli   l'uno  [cio  di  quattrini,  moneta   fiorentina
divisibile  in  quattro  piccioli] si batteva l'anno  circa  ventimila
libbre.  Il collegio de' giudici era da ottanta; i notai da  seicento;
medici  fisici e cerusichi da sessanta; botteghe di speziali erano  da
cento. Mercatanti e merciai erano grande numero; da non potere stimare
le  botteghe de' calzolai, pianellai e zoccolai; erano da  trecento  e
pi  quegli  ch'andavano fuori di Firenze a negoziare, e  molti  altri
maestri  di  pi  mestieri, e maestri di pietra e  di  legname.  Aveva
allora  in  Firenze centoquarantasei forni; e troviamo per la  gabella
della  macinatura  e per li fornai, che ogni d bisognava  alla  citt
dentro  centoquaranta moggia [un moggio fiorentino equivaleva a  circa
480  chilogrammi] di grano: onde si pu estimare quello che  bisognava
l'anno; non contando che la maggior parte de' ricchi e nobili e agiati
cittadini con loro famiglie stavano quattro mesi l'anno in contado,  e
tali  pi. Troviamo nell'anno 1280, ch'era la citt in felice e  buono
stato,  che  volea la settimana da ottocento moggia. Troviamo  per  la
gabella delle porte che c'entrava l'anno in Firenze da cinquantacinque
migliaia di cogna [un cogno corrispondeva a circa 407 litri] di  vino,
e  quando n'era abbondanza circa diecimila cogna pi. Bisognava l'anno
nella  citt tra buoi e vitelle circa quattromila; castroni  e  pecore
sessantamila; capre e becchi ventimila; porci trentamila. Entrava  nel
mese  di  luglio  per la porta San Friano quattromila some  [una  soma
poteva  equivalere  da  66  a  145 litri]  di  poponi,  che  tutti  si
distribuivano  nella  citt.  In  questi  tempi  avea  in  Firenze  le
infrascritte   signorie  forestieri  [cariche  pubbliche   tenute   da
cittadini  forestieri], che ciascuna teneva ragione  [amministrava  la
giustizia], e avea colla da tormentare [corda, qui in senso  figurato;
era utilizzata in uno strumento di tortura]: cio il podest; capitano
e  'l  difensore del popolo e dell'arti; l'esecutore degli ordinamenti
della  giustizia;  il capitano della guardia ovvero  conservadore  del
popolo, il quale avea pi bala [maggiore potere] che gli altri: tutte
queste  quattro  signorie aveano arbitrio di punire personalmente.  Il
giudice  della ragione dell'appellagione; il giudice sopra le gabelle;
l'uficiale   sopra   gli  ornamenti  delle  donne;  l'uficiale   della
mercatanzia;   l'uficiale   dell'arte   della   lana;   gli   uficiali
ecclesiastici; la corte del vescovo di Firenze; la corte  del  vescovo
di  Fiesole;  l'inquisitore dell'eretica pravit [azione perversa],  e
altre dignit e magnificenze della nostra citt di Firenze non sono da
lasciare  di metterle in memoria per dare avviso a quelli che verranno
dietro  a noi. Ell'era dentro bene situata e albergata di molte  belle
case,  e  al  continovo  in  questi tempi s'edificava,  migliorando  i
lavorii  di  fargli  agiati e ricchi, recando di fuori  belli  esempli
d'ogni  miglioramento. Chiese cattedrali e di frati  d'ogni  regola  e
magnifichi  monasteri, e oltre a ci non v'era  cittadino  popolano  o
grande che non avesse edificato o che non edificasse in contado grande
e  ricca possessione, e abitura [abitazione] molto ricca, e con  begli
edifici  e molto meglio che in citt: e in questo ciascuno ci peccava,
e per le disordinate spese erano tenuti matti. E s magnifica cosa era
a vedere, che i forestieri non usati a Firenze venendo di fuore, i pi
credevano per li ricchi edifici

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e  belli  palagi ch'erano di fuori alla citt d'intorno a tre  miglia,
che  tutti fossono della citt a modo di Roma, sanza i ricchi  palagi,
torri,  cortili,  e giardini murati pi di lungi alla  citt,  che  in
altre  contrade sarebbono chiamate castella. In somma si  stimava  che
intorno  alla  citt a sei miglia aveva tanti ricchi e nobili  abituri
che due Firenze non avrebbono tanti: basta assai avere detto de' fatti
di Firenze.
